Poiché il peccato è già morto in me e sepolto nel battesimo del tuo sangue, mi si è aperto il senso interiore e, al primo entrare nel deserto, mi vedo come un fiorire di gigli e un aliare d’angeli intorno.
I gigli segnano il tuo passaggio, e gli angeli rivelano la tua presenza. Vengo a te che mi attendi a un convegno di amore, alle confidenze dell’amore, ai doni dell’amore, alle unioni d’amore.
O come sarà buona questa dimora nel deserto, questa indisturbata conversazione d’amore celeste a solo a solo, a cuore a cuore, col Diletto tra i gigli odoranti, tra gli angeli adoranti, in pace, in un paradiso!
Anche il deserto, anche con Gesù che ci si ritira, non è mai la stazione d’arrivo. O dolce peregrinare per il deserto, col nutrimento della manna, piovente dal cielo, con in sé tutte le delizie migliori.
Dolce pellegrinare per il deserto, col raggio del volto di Dio, per mia colonna di fuoco la notte, con l’ombra della mano di Dio, per mia colonna di nuvola il giorno, avanzando ineffabilmente verso la terra.
Dove andiamo, o Signore? Di nuovo nella città degli uomini? O come è triste rientrare nella baraonda umana, dalla pace di un paradiso terrestre! Ancora e sempre il peccato chiude un paradiso, apre una baraonda.
Povero me che abito in un mondo di peccati, in una natura tutta inclinata ai peccati, in ambienti saturi di peccati, in grovigli di cause o di effetti di peccati. Come abbracciare la legge del travaglio e della lotta, nello stato di via?